Ex monastero di San Clemente
Cenni storici
La vicenda del monastero di San Clemente in Prato si intreccia con la storia di Prato e di Firenze.
Le origini del monastero di San Clemente
Il Monastero di San Clemente nacque nella terza cerchia di mura urbane, che racchiudevano una porzione della città di Prato caratterizzata da grandi spazi verdi.I monasteri erano la trasformazione di case di civile abitazione donate dai munifici benefattori, o espropriate per particolari ragioni. Le case venivano rapidamente trasformate per accogliere la famiglia monastica: costruire monasteri era una sorta di necessità civica.
Il monastero, che deriva da quello Benedettino di San Michele, venne coinvolto nella "Riforma Savonaroliana". Infatti le monache che nel 1516 si stabilirono nelle prime case donate dal "benefattore" Salvo Magini, erano domenicane. San Clemente fu coinvolto in avvenimenti storico-politici che avranno un ruolo decisivo per la nascita della famiglia domenicana nel monastero: il Sacco di Prato, il ritorno dei Medici a Firenze, l'ascesa al soglio pontificio di Leone X.
Le case di Baldo Magini furono la "culla" di San Clemente, il nuovo virgulto domenicano sbocciato alla ricerca di una nuova rinascita spirituale, di cui fu promotore e partecipe Messer Castellano dei Castellani, lettore di diritto canonico e poeta, autore di Sacre Rappresentazioni. Messer Castellano dei Castellani, preoccupato per la decadenza del monastero Benedettino di San Michele, pose le basi di una fondazione in cui le monache di San Benedetto trovarono una magnifica continuità nella spiritualità domenicana.
La costruzione della terza cerchia di mura a Prato rispondeva alla necessità di difendere mulini, gualchiere, chiese, conventi ed ospedali sorti al di fuori della seconda cerchia (che chiudeva l'agglomerato urbano più antico). L'area compresa nella terza cerchia si dimostrò troppo vasta e vuota, segnata in alcune porzioni solo dalla presenza di conventi ed ospedali. Quindi la terza cerchia di mura, che ancora oggi vediamo, bloccò lo sviluppo di Prato, trasformandosi in un elemento del sistema difensivo di Firenze.
Dal Sacco di Prato al rogo del Savonarola
Il Sacco di Prato del 1512 dette ai Medici la possibilità di riprendere in pugno Firenze. Questo ebbe conseguenze anche sul monastero di San Michele, ove nacque un dissidio all'interno della famiglia religiosa: le suore più giovani, che avevano preso i voti sotto il governo dei frati riformati da Savonarola, non intendevano passare sotto il governo dei preti del Duomo. Nell'ottobre del 1515 il vescovo Pandolfini, in visita al monastero, si trovò di fronte ad una decisa e ferma resistenza della suore sostenitrici dei domenicani.Il vescovo non riuscì a trovare altra soluzione che quella di assegnare alle renitenti quindici giorni di riflessione. Così il 14 novembre 1515 cominciò il curioso pellegrinaggio di sedici suore le quali, di buon mattino, lasciarono San Michele per rifugiarsi in San Vincenzo; qui si fermarono soltanto per quattro giorni, dopo i quali si sistemarono in una casa privata offerta loro da Lorenzo Cappellini, nel popolo di San Pier Forelli. Le suore trasformarono l'edificio in monastero grazie, a Baldo Magini, grande benefattore della città di prato e abate di San Frediano, che come unica condizione chiese loro di intitolare il monastero a San Clemente. Il 30 giugno 1516 le religiose vi posero la loro sede e il 31 dicembre ricevettero l'abito domenicano da messer Baldo Megini. Nonostante la messa al rogo del Savonarola il monastero di Prato continuò a vivere accanto al monastero di Caterina de' Ricci, amorosa custode delle memorie e del culto savonaroliano.
Dalla riforma leopoldina all'acquisizione del Comune di Prato
Verso la fine del XVIII secolo la vita monastica di San Clemente, che fino a quel momento si era svolta in relativa tranquillità, subì una serie di profonde trasformazioni. Piero Leopoldo di Lorena fece nascere istituzioni che, pur turbando quello che ancora poteva apparire un ordinato assetto monastico, lo faranno diventare un interessante strumento di trasformazione e progresso. Le famiglie religiose furono soppresse, ma le antiche monache videro aprirsi nuove strade per esercitare una funzione essenziale come quella della formazione e dell'educazione della giovinette; la riforma leopoldina infatti costrinse ad arricchire la loro missione con un impegno di grande rilevanza sociale.Secondo la riforma Leopoldina, nel 1785 San Clemente fu così trasformato in conservatorio e destinato all'educazione delle fanciulle di secondo ceto.
Nel 1808 il conservatorio subì la soppressione napoleonica, per essere tuttavia ripristinato l'anno successivo. Nel 1812 il monastero fu trasferito nei locali di San Niccolò (soppresso e mai ripristinato); il trasferimento venne completato di fatto nel 1814. Le monache della riforma savonaroliana si stabilirono ì nel luogo delle antiche claustrali della fondazione trecentesca, accogliendo tra loro anche alcune superstiti del soppresso San Niccolò, per dar vita a quel conservatorio che ancora oggi è centro di feconda attività educativa.
Nel 1866 il Governo Italiano ordinò la soppressione degli ordini religiosi, stabilendo che Comuni e Province potessero disporre degli edifici conventuali per adibirli a scuole, asili infantili ed opere di pubblica utilità.
Il Comune di Prato doveva richiedere i locali conventuali entro un anno, ma lo fece soltanto nel 1893, rispondendo ad un invito del fondo di culto. Il 20 febbraio 1895 Il Comune di Prato ottenne la consegna di tutto il monastero di San Clemente. Mentre le suore si ridusse ad occupare solo la parte a ponente della Chiese, il Comune destinò il resto dell'edificio ad ospitare la scuola "Ada Benini" e la "Società Corale Guido Monaco". Mediante una vendita determinata sulla base di una Delibera Comunale del 18 gennaio 1896, le monache tornarono in possesso della parte non utilizzata dal Comune, quella più ricca di affreschi e di memorie storiche. Con atto stipulato nell'agosto della stesso anno, riacquistarono anche una parte degli edifici conventuali.
Anche per effetto di questa forte spesa la famiglia religiosa si trovò in gravi difficoltà economiche e fu costretta a trascurare la manutenzione dei locali di cui era tornata in possesso, tanto che la costruzione nel suo insieme subì un forte degrado.
Dal 1900 a oggi
Al parziale recupero architettonico del convento provvide Ettore Lucchesi. Ettore Lucchesi dal 1929 fu operaio del monastero e a proprie spese, restaurò e riorganizzò l'edificio, dotandolo anche di nuovi locali (le cucine e la lavanderia). Lucchesi curò anche la sistemazione del giardino, portò l'acqua potabile, infine costruì ex-novo il secondo piano del noviziato. I lavori furono inaugurati dal vescovo di Pistoia e Prato, Monsignor Giuseppe De Bernardi. Finalmente nel 1943 in monastero di San Clemente ottenne il riconoscimento della personalità giuridica.Nel XX secolo quando si giunge alla più violenta trasformazione conventuale, l'adattamento funzionale alle nuove esigenze rende la cura al restauro meno attenta. Dalle antiche strutture si traggono forzatamente le nuove sistemazioni, oppure si ricorre alla demolizione per risolvere problemi diversi da quelli che l'organizzazione monasteriale aveva considerato.
Intorno al 1960, abolite le scuole femminili, il Comune trasforma l'istituto "Ada Benini" in scuola dell'obbligo, poi destinata in parte ad Archivio Comunale, ed in parte ad asilo per l'infanzia.
Ad oggi la porzione del convento di San Clemente, in cui si sarebbe collocato l'archivio, corrisponde all'area che il Comune di Prato si propone di alienare.
